La guerra è un grande business

La guerra è un grande business

Nel 2014 contratti per 2 miliardi e 650 milioni, con un aumento record del 23 per cento rispetto all’anno precedente. Vendiamo a tutti: Russia, Cina e paesi arabi. La denuncia delle associazioni sul ruolo centrale delle banche e i ritardi del governo

Temevano la crisi, poi tra i conflitti caldi del Medio Oriente, la nuova guerra fredda in Europa e le tensioni asiatiche, il business è tornato a splendere. Facendo guadagnare le tante aziende italiane – Finmeccanica in testa – che investono in questo settore e che possono contare su una minore incisività dei controlli governativi che, da oltre un anno, si sono fatti più blandi e meno trasparenti, come denunciano le tante associazioni impegnate nell’opera di disarmo. Un grande affare con un ruolo centrale è giocato anche dalle banche che finanziano l’export bellico. È questo il quadro che emerge dalla corposa relazione presentata ieri alla Camera “sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento” relative al 2014.

Un bel salto, soprattutto nell’ambito dell’aeronautica, dell’elicotteristica dell’elettronica per la difesa (avionica, radar, comunicazioni, apparati di guerra elettronica) e dei sistemi d’arma (missili, artiglierie). E, ovviamente, a fare la parte del leone, non poteva che essere il gruppo Finmeccanica. L’azienda che ha ottenuto il maggior numero di autorizzazioni all’esportazione è la controllata Agusta Westland (il 22,3 per cento del totale) per un valore complessivo di quasi 590 milioni di euro. A seguire l’altra controllata di punta, Alenia Aermacchi, con il 21 per cento delle autorizzazioni e un guadagno di 563 milioni. Senza dimenticare Selex Electronic Systems, società ancora del gruppo Finmeccanica, che ha collezionato il 12,6 per cento delle autorizzazioni per un valore di 340 milioni di euro.

Questo dato non va letto isolato. Qui, infatti, parliamo soltanto dei contratti conclusi e siglati durante l’anno appena trascorso. Quante armi, invece, sono concretamente uscite dal nostro Paese per approdare in quelli esteri? A rivelarlo è l’Agenzia delle Dogane secondo cui le esportazioni definitive e realmente avvenute durante l’anno sono pari a 2.386 per un valore economico di 3 miliardi 329 milioni di euro. L’anno precedente – anche in questo caso – ci si era “accontentati” di 2,75 miliardi.

I CLIENTI: DAL REGNO UNITO AGLI EMIRATI
Nella lunga trafila dei “clienti” troviamo un po’ di tutto, tanto che si potrebbe stilare una precisa classifica dei Paesi esteri che fanno affari con le industrie belliche italiane. A cominciare dal Regno Unito, destinatario di 313 autorizzazioni per un valore complessivo di 305 milioni di euro. Non sono da meno gli Emirati Arabi che spendono in armi italiane 304 milioni, nonostante le autorizzazioni siano solo 33: il segno che si tratta di contratti hitech ad alto valore. Il mercato è in evidente espansione, rispetto al 2013: si fanno affari soprattutto in Europa e, più in generale, nei Paesi Nato (1.316 autorizzazioni totali, per un valore complessivo di 1 miliardo 475 milioni): principali partner, oltre al Regno Unito, sono Polonia (11,3%), Germania (7,4%) e Stati Uniti d’America (7,2%).

Ovviamente, non si disprezza il mercato intercontinentale. E così fioccano, oltre agli Emirati, accordi commerciali anche con l’Arabia Saudita (64 autorizzazioni totali per un valore di 164 milioni), l’Oman (34 autorizzazioni per 140 milioni) ed il Perù (3 autorizzazioni da 87 milioni).

Il punto, però, è soprattutto un altro. Come sottolineato dalle associazioni impegnate nella battaglia civile per il disarmo, tra i tanti acquirenti spuntano anche Paesi che vivono situazioni di instabilità politica o in cui non vige il pieno rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo. E qui il paradosso: nonostante nella relazione venga precisato che “il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale ha disposto il blocco di forniture verso quei Paesi la cui situazione politica interna non offriva adeguate garanzie sul piano della stabilità e della tutela dei diritti umani”, nella lista degli acquirenti troviamo anche Paesi ancora instabili politicamente come l’Egitto (che ha speso 31 milioni), o Paesi dove vige la pena di morte come il Pakistan (15,8 milioni), la Cina o gli stessi Emirati. Senza dimenticare i “fratelli in guerra”, Russia (autorizzazioni per 4,4 milioni) e Ucraina (6,3).

LE BANCHE ARMATE
Insomma, pecunia non olet. Ed ecco, allora, che a fare affari, oltreché l’industria bellica, sono anche le grandi banche italiane che mettono a disposizione i conti correnti per il denaro che le grandi aziende armate incassano vendendo i loro prodotti all’estero. Dalla relazione, nella parte di cui si occupa il ministero dell’Economia, emerge che nel 2014 sono state 44 le banche accreditate per la trasmissione delle segnalazioni – pari a 8.743 – per un importo complessivo di 2.511.997.250 euro. E se la voce grossa, nel giro incredibile di soldi, la fa la Deutsche Bank per oltre 831 milioni di euro (ma stesso dicasi per la francese Bnp Paribas o per l’inglese Barclays), non sono da meno le italiane Unicredit (circa 140 milioni) e il Banco di Brescia (gruppo Ubi Banca) sui cui conti sono transitati oltre 114 milioni di euro “bellici”. Né sono da meno le banche popolari, come quella dell’Emilia Romagna che ha permesso, nel 2014, un giro di soldi di oltre 27 milioni.

Sulla questione è da oltre un anno che diverse associazioni, a cominciare da Rete per il disarmo, interviene in maniera dura. Il motivo va rintracciato nella modifica dell’articolo 27 della legge 185 del 1990 che disciplina, appunto, il controllo sui trasferimenti bancari legati a operazioni in tema di armamenti. Dopo l’emanazione di un decreto legislativo (il numero 105 del 22 giugno 2012) da parte del governo Berlusconi e il seguente decreto legge emanato poi dal governo Monti, infatti, oggi gli istituti di credito non sono più obbligati a chiedere l’autorizzazione ex ante al ministero dell’Economia. Nell’epoca dell’informatizzazione, tutto è reso più semplice: ora basta una semplice comunicazione via web delle transazioni effettuate. E il gioco è fatto: la verifica avviene a transazione ormai effettuata. Ma così – sottolineano le associazioni – “il rischio è di allentare e di parecchio i controlli. E a risponderne è la trasparenza, sempre meno garantita in un settore assai delicato”.

ISTITUZIONI IN RITARDO
Ma non è questa l’unica negligenza imputabile alla politica, presente e passata. Il decreto legislativo 105 infatti – lamentano le associazioni – ha stabilito che il Presidente del Consiglio non sia più tenuto a riferire in Parlamento. Gli basta inviare una relazione “entro il 31 marzo di ciascun anno”. Tempi rispettati, dunque, dato che la relazione è stata trasmessa il 30 marzo (anche se, come detto, è stata pubblicata solo ieri). Ma attenzione: la legge è chiara a riguardo. Si dispone, infatti, “l’obbligo governativo di riferire analiticamente alle Commissioni parlamentari circa i contenuti della relazione entro 30 giorni dalla sua trasmissione”.

Finalmente, commenta a riguardo Francesco Vignarca, coordinatore di Rete Disarmo, “quest’anno è stata fatta un’analisi nelle commissioni, dopo che per ben otto anni il Parlamento non ha mai nemmeno letto la relazione. Grazie ad una serie di pressioni, invece, quest’anno gli obblighi di legge sono stati rispettati e se n’è parlato”. Anche se – è bene precisare – tutto è stato condensato in una sola seduta. Ma comunque determinante “anche perché, se si leggono le relazioni introduttive dei relatori di maggioranza, entrambi certificano nero su bianco che la relazione è totalmente monca e poco trasparente. Un’ammissione importante, che rivela come le nostre critiche non siano infondate o di parte: è la maggioranza parlamentare stessa che lo ha ammesso”. Basta d’altronde prendere in mano la documentazione per accorgersene: “Presenta dei buchi, è troppo elefantiaca e non dà le informazioni in maniera leggibile”. Senza dimenticare, continua Vignarca, che “parliamo di una relazione presentata dopo un anno. Diventa praticamente archeologia più che attualità”.

UN 2014 D’ORO PER IL MERCATO DELLE ARMI
Per capire di cosa stiamo parlando, partiamo da un dato: “Il valore globale delle licenze di esportazione definitiva – scrive il ministero degli Esteri nella relazione – è stato di 2 miliardi e 650 milioni di euro”. È un sostanzioso incremento rispetto all’anno precedente, durante il quale ci si era “fermati” a 2 miliardi 149 milioni di euro. Il mercato, insomma, dopo un 2013 in flessione, ha ripreso a camminare con ritmi vertiginosi, facendo registrare un incremento del valore globale delle esportazioni del 23,3 per cento, per un totale di 1.879 contratti autorizzati contro i 1.396 dell’anno precedente.

La guerra è il più grande business mondiale: avevate dubbi?

Il più grande esercito del mondo è privato e

ha 620mila dipendenti, lavora per tutti e produce affari miliardari

C’è chi sostiene che gli eserciti più grandi al mondo non siano quelli degli Stati ma quelli privati. A giudicare dai numeri del colosso del settore, la G4S, l’affermazione è fondata: 6,8 miliardi il fatturato annuo, 620 mila i dipendenti globali. Nella propria presentazione, l’azienda inglese si descrive come il “principale gruppo di sicurezza integrata, specializzato nella fornitura di prodotti per la sicurezza, servizi e soluzioni”. Sicurezza a tutto campo, quindi: da quella interna al paese, fino a quella, molto redditizia, all’esterno, dove la difesa viene “esternalizzata” in settori in cui la sicurezza e il rischio sono considerati una minaccia strategica.

La liberalizzazione del mercato della guerra risale al tempo di Bush jr. e ha avuto il suo punto di svolta con la guerra in Iraq, nel 2003. Non è un caso se proprio in quella occasione vennero a galla i primi contractors italiani con la morte di Fabrizio Quattrocchi. La crescita della “minaccia esterna” da un lato, la volontà di ridurre l’esposizione al rischio dei propri militari, peraltro ridotti progressivamente, ha comportato lo sviluppo dell’outsourcing come si chiama l’esternalizzazione dei servizi.

L’11 settembre negli Usa e, presumibilmente, il 13 novembre francese, hanno già prodotto un incremento della privatizzazione della sicurezza. Laura Dickinson, dell’università dell’Arizona, l’ha definita, nel suo Outsourcing War and Peace, “la privatizzazione della politica estera americana”. Secondo quanto riporta Bruno Ballardini nel suo Il Marketing dell’Apocalisse, nel 2013, in Afghanistan, il 62% delle forze impiegate erano già contractors privati. Dal 2001 in poi la cifra impiegata per contratti con forze di sicurezza private ruota attorno ai 200 miliardi di dollari l’anno. Le prime dieci società al mondo cumulano tra i 30 e i 40 miliardi di fatturato annui. Dentro ci sono le attività di sicurezza interne – guardie private – quelle relative alle attività di imprese in paesi rischiosi – piantagioni agricole in Sudamerica, oleodotti in Medioriente – le scorte e le attività militari o di intelligence. Tutte voci che fruiscono del clima internazionale. “Studi indipendenti” si legge nel bilancio 2014 della G4S, “indicano che la domanda globale di sicurezza è prevista in una crescita del 7% annuo dal 2013 al 2023 quando raggiungerà la cifra di 210 miliardi”. Risorse che hanno permesso di costituire, come scrive Ballardini, “eserciti addestratissimi, virtualmente di stanza in tutto il mondo a disposizione di governo riluttanti a impegnare le proprie truppe”.

Ancora la G4S,, impiega il grosso dei suoi 620 mila dipendenti in Asia (264 mila) mentre 125 mila sono stanziati in Africa. Poi ci sono i 57 mila che lavorano negli Usa e i 64 mila nella Ue, mentre solo 37 mila sono collocati nel Regno unito. Il 25% del fatturato è generato dai servizi ai “governi” mentre solo il 5% viene direttamente dai “consumatori”. La quota principale, il 29%, proviene dai servizi alle grandi multinazionali e alle compagnie private, mercato anch’esso in rapida evoluzione soprattutto quando si tratta di sedi collocate in paesi a rischio.

Recentemente la multinazionale inglese ha vinto un contratto da 100 milioni di sterline (140 milioni di euro) per proteggere i militari del British Foreign e Commonwealth Office in Afghanistan e assicurare un giacimento di gas in Iraq. Il contratto è il secondo di grande rilievo nel corso del 2015 dopo la gestione della sicurezza per il centro di detenzione per minori di Kent, in Gran Bretagna, dall’importo di 50 milioni di sterline.

La gestione delle carceri e il suo intreccio con le politiche dei vari governi è così complessa da aver prodotto una vicenda emblematica. Il Labour Party di Jeremy Corbin, ad esempio, ha appena deciso che non utilizzerà più i servizi di sicurezza della G4S per le sue conferenze. La decisione, presa a maggioranza, giunge dopo le proteste della Palestine Solidarity Campaignsull’impiego di personale G4S nelle prigioni israeliane. Un boicottaggio analogo si è verificato lo scorso aprile in Sud Africa dove 20 compagnie private avevano messo fine ai servizi della G4S proprio per i suoi rapporti con la gestione delle prigioni di Tel Aviv. Al di là del merito, la vicenda ha messo in evidenza l’intreccio di legami e di interessi delle compagnie private di sicurezza. Tali da poter essere considerate alla stregua di una entità politica.

Quanto avvenuto alla più nota compagnia di mercenari, la Blackwater, è altrettanto indicativo. Fondata da Erik Prince nel 1997 diventa la società privata di riferimento della guerra in Iraq. L’uccisione di suoi 4 contractors a Falluja, nel 2004, è il pretesto per scatenare una violenta offensiva statunitense. Fino al 2007, quando è la Blackwater a uccidere 17 iracheni, di cui molti civili, e a scatenare una dura polemica che sfocerà anche in un dibattito al Congresso. I contratti vengono rivisti così come le regole di ingaggio da parte del governo Usa. La Blackwater cambia nome, si fonde e si scompone fino ad assumere la denominazione diAcademi.

Erik Prince ha venduto le sue quote ma secondo il New York Times è suo il piano con il quale gli Emirati Arabi Uniti hanno ingaggiato militari mercenari per andare a combattere in Yemen. Secondo il quotidiano statunitense “gli Emirati arabi inviano segretamente mercenari colombiani per combattere in Yemen”. Sarebbe, sempre secondo il NyT, il primo dispiegamento di forze straniere da parte degli Emirati e l’utilizzo di soldati latinoamericani aiuta a comprendere l’ampiezza internazionale del mercato dei mercenari. Secondo il giornale newyorchese, inoltre, ci sarebbero “centinaia di altri mercenari – sudanesi, eritrei – che stanno andando in Yemen”.

La vicenda Academi si interseca al comparto, misterioso per definizione, dei servizi segreti privati. Il progetto di Bush jr di istituire un’unità segreta con il compito di uccidere i membri di al-Qaeda fu affidato proprio alla Blackwater che otteneva l’appalto di una missione di killeraggio di Stato. A parlarne ufficialmente fu, nel 2009, l’ex direttore della Cia Leon Panetta nel corso dell’amministrazione Obama. La vicenda sembrò mettere la parola fine all’ipotesi di servizi segreti privati che, invece, da allora, si sono moltiplicati. La lista delle altre sigle che “affollano questo nuovo ricchissimo mercato” la produce ancora Ballardino: “In testa ci sono le agenzie statunitense come Gk Sierra, Kroll Inc, Smith Brandon International Inc., Stratfor, Booz Allen Hamilton, Pinkerton National Detective Agency, poi le inglesi Aegis, Control Risks Group, Hakluyt&Company, e infine la francese Geos e la spagnola Aics”. Il mercato, anche in questo caso, è globale.

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